Ci sono segni che sembrano chiudere una ferita, ma che in realtà continuano a dialogare con il corpo molto più a lungo di quanto si immagini. Una cicatrice, soprattutto quando è attiva, non è sempre soltanto l’esito visibile di un evento passato: può trasformarsi in un punto di tensione, di adattamento e, in alcuni casi, di alterazione dell’equilibrio posturale e neurovegetativo.
È proprio da questa prospettiva che nasce una lettura più moderna e integrata del corpo. Un tessuto alterato può influenzare il modo in cui ci muoviamo, il tono muscolare, la distribuzione dei carichi e perfino la qualità della risposta allo stress, che oggi può essere osservata anche attraverso la Heart Rate Variability (HRV), cioè la variabilità del tempo tra un battito cardiaco e il successivo.
L’HRV non descrive un cuore irregolare in senso patologico, ma racconta quanto il sistema nervoso autonomo sia capace di adattarsi in modo flessibile agli stimoli, alle emozioni, alla fatica e al recupero.
Quando questa flessibilità si riduce, l’organismo tende a irrigidirsi e a compensare. È in questo contesto che la cicatrice attiva merita attenzione, perché può interferire con lo scorrimento fasciale, con la qualità dell’informazione propriocettiva e con l’organizzazione globale del gesto.
Il corpo, per proteggere un’area percepita come disturbante, modifica il proprio assetto: cambia appoggio, trattiene, devia, irrigidisce. Nel tempo, queste compensazioni possono consolidarsi e tradursi in squilibri posturali, limitazioni funzionali e sovraccarichi a distanza.
Per questo una cicatrice attiva non dovrebbe essere osservata solo dal punto di vista estetico o locale. In alcuni approcci clinici di tipo regolatorio, il primo passaggio consiste nel testarla attraverso il VAS, Vascular Autonomic Signal, un segnale riflesso percepibile sul polso radiale e interpretato come espressione di una risposta neurovegetativa del corpo a uno stimolo interferente. In questo contesto il VAS viene utilizzato come strumento orientativo per individuare aree disturbanti, tra cui anche cicatrici attive, sempre all’interno di una valutazione complessiva e non come parametro diagnostico isolato.
Una volta identificata la cicatrice come possibile fonte di disturbo, il trattamento si orienta verso il recupero della sua mobilità e della sua integrazione nel sistema corporeo. Le tecniche di terapia manuale hanno l’obiettivo di ridurre le restrizioni tissutali, liberare le aderenze, migliorare lo scorrimento tra cute, sottocute e fascia e restituire alla cicatrice una migliore elasticità funzionale. In termini divulgativi si potrebbe dire che il lavoro manuale aiuta a “rompere” le aderenze; in termini più corretti, invece, si tratta di restituire mobilità, qualità sensoriale e continuità meccanica a un tessuto che ha perso parte della sua capacità di adattarsi. Quando la cicatrice torna a essere meno rigida, meno dolente e più integrata, spesso anche il corpo riduce il proprio atteggiamento di difesa, con un possibile miglioramento del tono muscolare, della simmetria posturale e dell’economia del movimento.
In questo percorso, osservare nuovamente l’HRV può essere utile per valutare come il sistema nervoso autonomo stia rispondendo al trattamento e se il corpo stia recuperando una migliore
capacità di regolazione. L’HRV, infatti, può essere misurata anche attraverso la fotopletismografia digitale (PPG), una metodica ottica non invasiva che rileva le variazioni di volume del sangue nel microcircolo periferico e consente di ricavare parametri legati alla regolazione autonomica. In ambito funzionale viene utilizzato anche il sistema PPG Stress Flow, che permette in pochi minuti di analizzare l’attività del sistema nervoso autonomo e la variabilità della frequenza cardiaca, offrendo un supporto ulteriore nella lettura del terreno neurovegetativo del paziente.
Accanto al lavoro sul tessuto, però, è fondamentale accompagnare il sistema nervoso verso un nuovo equilibrio. Tra gli strumenti più semplici ed efficaci rientra la respirazione 5-2-5-2, da eseguire esclusivamente dal naso: 5 secondi di inspirazione, 2 secondi di pausa, 5 secondi di espirazione e 2 secondi di pausa finale. Praticata per 5 minuti al mattino e 5 minuti alla sera, questa respirazione costruisce una routine di regolazione capace di migliorare la sincronia tra cuore e respiro e di sostenere una migliore coerenza cardio-respiratoria.
La scelta di respirare solo dal naso non è un dettaglio tecnico, ma una parte essenziale del lavoro. Il flusso nasale attiva sia il sistema che il bulbo olfattivo, che dialogano con aree limbiche e con reti prefrontali coinvolte nella regolazione emotiva, nell’attenzione e nella gestione dello stress. La respirazione nasale lenta modula quindi non solo la ventilazione, ma anche l’attività di circuiti cerebrali che partecipano all’equilibrio neurofisiologico dell’organismo. Inoltre, il passaggio dell’aria attraverso il naso favorisce un ritmo più controllato, riduce la tendenza all’iperventilazione e sostiene una respirazione più stabile e fisiologica.
Dal punto di vista scientifico, i benefici del respiro lento nasale sono particolarmente interessanti. Le revisioni sullo slow breathing mostrano che una respirazione rallentata può aumentare l’HRV, favorire la respiratory sinus arrhythmia e sostenere la sensibilità baroriflessa, cioè la capacità del sistema cardiovascolare di adattarsi in modo fine e rapido ai cambiamenti interni. Studi recenti riportano inoltre che la respirazione nasale può aumentare le componenti parasimpatiche dell’HRV e ridurre alcuni parametri pressori, suggerendo un effetto favorevole sulla stabilità autonomica. In termini pratici, questo significa un organismo meno reattivo, più stabile e più capace di recuperare.
Da qui emerge il senso più profondo di questo approccio integrato. L’HRV ci mostra quanto il sistema nervoso autonomo riesca a modulare l’adattamento; la cicatrice attiva può rappresentare una fonte periferica di interferenza; il VAS, in alcuni modelli clinici, può orientare l’osservazione funzionale; la terapia manuale può restituire scorrimento e mobilità al tessuto; la respirazione 5-2-5-2 nasale può favorire una nuova organizzazione tra cuore, respiro, cervello e postura. Quando il tessuto torna a scorrere, il respiro torna a guidare e il sistema nervoso recupera margine di adattamento, anche la postura può smettere di essere soltanto un compenso e tornare a essere espressione di un equilibrio possibile.
A volte il corpo non chiede più forza, ma più ascolto. E una cicatrice, se riconosciuta e trattata nel modo corretto, può smettere di essere una memoria di difesa e tornare a essere semplicemente parte della storia del corpo.
A cura del Dott. Giuseppe Pezzella – Fisioterapista/Osteopata
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